L’ultima narrazione cinematografica di Vicari

 

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Ha 35 anni, si chiama Eli. E’ una donna che vive senza un attimo di tregua.  Un marito disoccupato, quattro bambini e una casa sulla Pontina a due ore di mezzi pubblici dal bar in cui lavora. Per lei ogni giornata è una battaglia, dalla sveglia alle 4 del mattino fino al ritorno a casa, a notte inoltrata. Un’intera esistenza votata al sacrificio, fino all’inevitabile crollo definitivo. Dopo l’ambizioso progetto politico di Diaz, Vicari torna nelle periferie romane per raccontare il piccolo mondo infame del nuovo proletariato urbano che popola, disgraziato, le nostre città.  Il regista si immerge nel quotidiano di questa novella working class heroine con l’obiettivo di fotografare, senza filtri, la realtà che ci circonda. Guardando più a La nostra vita di Luchetti  (con il passaggio di Isabella Ragonese da figura di contorno a martire protagonista) che a L’intrepido di Amelio (anche se la colonna sonora jazz, in diversi punti, richiama il realismo magico del film con Albanese), il regista infonde la sua sincera passione civile nella storia, scontrandosi, però, con la contraddizione del progetto.  infatti, è un film che sin dalle sue prime scene trasmette nel pubblico un profondo senso di indefinito e incompleto, lo stesso che vivono i suoi protagonisti.

Mario che non trova lavoro, Vale che non riesce a riconciliarsi con la propria madre borghese e soprattutto Eli che non può affrontare i ritmi e gli sforzi di una vita oltre l’umana sopportazione, sono tutti esempi di un’impossibilità alla serenità che schiaccia le esistenze di tutti loro. Ironicamente, anche Vicari nel seguire l’ammirevole obiettivo di raccontare una piccola storia d’orrore quotidiano (lasciando fuori , finalmente, cocaina e pistole nel suo ritratto della periferia) si scontra con un’altra impossibilità: quella di rappresentare credibilmente la nostra realtà sociale. Il film, sia chiaro, funziona a più livelli, soprattutto grazie all’ottima prova di pura passione fornita da Isabella Ragonese. L’attrice siciliana si prende sulle spalle la storia con grande dedizione, confermandosi, insieme a Germano, il volto “proletario” più efficace tra quelli scelti dal cinema italiano mainstream. Il limite di Sole,Cuore, Amore, e di tutto il genere “periferico” è però, proprio, nel diventare empaticamente vero agli occhi dello spettatore. La realtà che si cerca di incanalare nei freddi e statici argini di una Narrazione cinematografica tradizionale, è talmente dolorosa e terribilmente attuale, da impedire lo scatto tra finzione e verosimile. Il tentativo narrativo di Vicari, dunque, è ammirevole ma la proprio la scelta del mezzo del racconto, per quanto buono, lo costringe a vedere allontanare il proprio obiettivo.

 

 

L’ultima narrazione cinematografica di Vicariultima modifica: 2016-10-16T01:17:24+02:00da diegoromero
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